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Contrastare il Fast Fashion con lo shopping consapevole

Fast fashion è il termine che viene usato per indicare quel tipo di produzione rapida ed economica, che asseconda le tendenze in continua evoluzione. E’ un settore di abbigliamento che realizza abiti a piccoli prezzi e che ogni due per tre lancia nuove collezioni. Producendo capi a basso costo si offre la possibilità a tante persone di poter acquistare capi di tendenza appena visti in passerella.

Ti sei mai chiesto come mai nei negozi la merce esposta cambia così rapidamente?

La moda fast fashion viene anche definita “moda usa e getta”, poiché questo business si basa sul desiderio dei consumatori di indossare vestiti sempre nuovi. Questa strategia di produzione purtroppo viene utilizzata da molte grandi catene.

Il punto da non sottovalutare è che rivendere abbigliamento a basso costo, significa produrlo a basso costo e produrre a basso costo significa non dare importanza a tantissimi aspetti: come ad esempio il materiale e le tecniche di produzione e le condizioni lavorative dei paesi in via di sviluppo dove vengono prodotti questi capi.

Questo però non è solo un problema delle grandi catene, perché abbiamo visto in passato come anche l’alta moda utilizzi tecniche del tutto discutibili e nocive per chi vi lavora.

L’impatto Ambientale

L’industria della moda è la seconda industria più inquinante. Essa è infatti responsabile:

  • del 20% dello spreco globale dell’acqua e del 10% delle emissioni di anidride carbonica.
  • di un enorme quantitativo di rifiuti, come la merce invenduta e non solo.
  • dell’inquinamento di fiumi e terreni circostanti le fabbriche per l’utilizzo di sostanze chimiche che servono per sbiancare o per colorare i capi.

In Italia, ogni anno finiscono in discarica 240.000 tonnellate di prodotti tessili, principalmente capi di abbigliamento.
Quello dei rifiuti tessili è diventato un problema molto serio, perché sono tessuti e fibre sintetiche, non biodegradabili, non possono quindi essere smaltiti in modo naturale e finiranno così negli inceneritori contribuendo all’inquinamento atmosferico.

Qual è la nostra responsabilità in tutto questo?

La responsabilità che hanno queste aziende è innegabile e le cose devono cambiare partendo da loro, insieme alle leggi che governano gli stati in cui i vestiti vengono prodotti. Ma se la produzione di vestiti è raddoppiata negli ultimi anni, vuol dire che è una conseguenza delle nostre scelte.

Per fermare o limitare questi danni dobbiamo smettere di comprare cose tanto per, smettere insomma con quello che viene definito “shopping compulsivo”.
Prima di acquistare dovremmo chiederci: mi serve davvero?
Cerchiamo di acquistare cose solamente necessarie. Tante volte si comprano vestiti solo perché hanno un prezzo conveniente, per poi tenerli nell’armadio.

E’ importante sottolineare che c’è una parte della popolazione che acquista Fast Fashion per necessità, perché non ha la possibilità di acquistare capi più costosi. Ma c’è un’altra gran parte di persone che acquistano continuamente fast fashion solo per stare dietro alle tendenze.

Cosa possiamo fare?

Adesso prendere tutto quello che abbiamo e buttarlo per creare un armadio ecosostenibile non avrebbe senso. Perché si creerebbero ancora rifiuti.

Possiamo mettere in pratica la regola delle 3 erre.

  • ridurre (comprare solo quando ce n’è davvero bisogno)
  • riutilizzare (riutilizzare i vestiti prima di buttarli definitivamente, dare loro una seconda vita.
  • riciclare (donare ad associazioni gli abiti che non usiamo più, che non ci vanno più bene o regalare ad amici e conoscenti). Pratica ancora poco utilizzata se pensate che in Italia, si raccolgono soltanto un chilo e 600 grammi di vestiti smessi a persona all’anno, un dato inferiore alla media europea.

Possiamo anche acquistare sostenibile, i vestiti costeranno di più ma dureranno anche di più. Oppure acquistare vintage, usato o come si usa già in molti paesi affittare i vestiti se servono solamente per un’occasione

Per saperne di più su questa tematica vi consiglio di vedere “The True Cost” un documentario del 2015 sul tema del fast fashion, diretto da Andrew Morgan.